Sono nato in una giornata luminosa, di quelle che sembrano promettere equilibrio.
Era il 29 agosto 1988, un lunedì mattina, alle 7:40, a Campobasso, nel cuore del Molise. Pesavo 4 chili e 650 grammi: un bambino grande, grosso, apparentemente forte. Nulla, a guardarmi, lasciava presagire che il mio cammino sarebbe stato diverso.
I miei genitori, Alessandro e Bianca, erano giovani, innamorati, pieni di aspettative. Vivevano quel momento come si vive l’inizio di una storia: con emozione, stanchezza, speranza. Attorno a noi c’era una famiglia presente, affettuosa, concreta. C’era una casa che sapeva accogliere.
Nei primi mesi di vita tutto sembrava procedere normalmente. Eppure, come accade spesso, i segnali non arrivano con rumore. Arrivano in silenzio.
Avevo pochi mesi quando qualcosa iniziò a non tornare. Non reagivo ai suoni come gli altri bambini. Alcuni rumori forti non mi facevano sobbalzare. Le voci non attiravano il mio sguardo. Non era una certezza, ma un’intuizione. E le intuizioni dei genitori, quasi sempre, sono precise.
La diagnosi arrivò presto: sordità congenita, legata alla sindrome di Pendred, una condizione genetica che aveva influito anche sul funzionamento della tiroide, portando a una tiroidite autoimmune, a una ipoacusia bilaterale profonda e a un disturbo vestibolare.
Parole grandi, difficili. Parole che, per chi le ascolta per la prima volta, fanno paura. Io, ovviamente, non capivo nulla di tutto questo.
E forse è stato un bene. Mentre gli adulti cercavano risposte, io vivevo. Osservavo. Guardavo i volti, le mani, i movimenti. Il mondo non mi arrivava attraverso i suoni, ma attraverso gli occhi e il corpo. Non sapevo ancora che quella sarebbe diventata la mia forza.
Dopo la nascita tornammo a Guardialfiera, un piccolo paese tranquillo, adagiato su un promontorio lungo la Bifernina, la strada statale che collega Campobasso a Termoli. Un paese che guarda dall’alto la diga del Liscione, con il suo lunghissimo ponte che attraversa l’acqua come una linea sospesa nel vuoto. Un luogo che affascina per la sua grandezza, per il silenzio interrotto solo dal vento e, a volte, dal rombo lontano degli aerei e degli elicotteri che pescano acqua dalla diga per spegnere gli incendi.
Lì il tempo aveva un ritmo lento.
E forse era il posto giusto per iniziare.
In casa c’era anche una presenza speciale: Giovannina, la suocera di mia madre, che tutti chiamavano nonna Nina. Io, però, la chiamavo in un altro modo: Nonna DinDaìn.
Ancora oggi mi viene da ridere solo a pensarci.
La sua casa era vicina al campanile della chiesa, e quel din don delle campane scandiva le giornate. Per me quel suono non era qualcosa da sentire, ma da percepire: attraverso il movimento dell’aria, il ritmo delle persone che si fermavano, lo sguardo di chi alzava la testa. Nella mia mente, lei era legata a quel ritmo. Così nacque quel nome buffo e tenero.
Nonna DinDain era una presenza silenziosa ma fondamentale. Non faceva rumore, non invadeva, ma c’era sempre. Come certe certezze che capisci davvero solo molto tempo dopo.
Io, apparentemente, ero un bambino tranquillo, curioso, con uno sguardo fisso e attento. Mamma mi conosceva bene. Il suo tocco mi rassicurava, il suo sorriso era un punto fermo. Avevo bisogno di vedere il suo volto per sentirmi al sicuro. Prima di addormentarmi dovevo osservare la sua espressione: senza quel sorriso, il mondo diventava freddo, come appoggiarsi su un tavolo di marmo o addirittura un terremoto quando cercava di “cullarmi” tra le braccia ma, non sentendo niente, percepivo uno scuotermi costante, privo di senso. Il suo sorriso, quando lo vedevo, era tutto.
Già allora, senza saperlo, stavo mostrando qualcosa di importante:
per me, vedere era fondamentale.
I dubbi di mamma e papà crescevano piano, senza panico ma senza neppure ingenuità. Qualcosa non quadrava, ma nessuno parlava di sconfitta. Parlare di sconfitta, in quella famiglia, non era contemplato.
Io non ero una foglia caduta a terra.
Ero una foglia che stava iniziando a staccarsi dal ramo.
Il vento c’era.
Ma c’era anche il terreno.
Ed è da qui che comincia davvero questa storia.